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Sciopero degli operatori sociali a Napoli

By on 11 giugno 2012

(Servizio: Daniela Giordano – Video: Marcello Santojanni)

L’8 giugno 2012, a Napoli, può definirsi una data storica. Il Collettivo Operatori Sociali, il Comitato “Il Welfare non è un Lusso” e i Cobas Operatori Sociali hanno promosso il primo sciopero generale. Una convocazione di tutti gli operatori della regione a scendere in piazza e alzare ancora una volta la voce, sperando di ricevere finalmente attenzione da parte delle istituzioni campane, sulla situazione critica in cui versa il welfare.

Non sono bastate le numerose manifestazioni di protesta degli ultimi mesi, i presidi davanti le sedi di Comune e Regione, per ridare priorità alla discussione di questi temi, un tavolo di confronto finora negato. Si è giunti alla soglia in cui trabocca il vaso: scioperare. Con tutto il carico che il termine si porta dietro. Scioperare, infatti, significa smettere di lavorare, incrociare le braccia durante le ore lavorative, in segno di protesta, sperando che quell’improduttività faccia saltare dalla sedia il sordo che fino allora “non ha voluto sentire”. Se accade in una fabbrica, per grave che sia, il peggio può essere un ritardo nelle consegne. Se a farlo sono operatori che assistono quotidianamente categorie deboli, anziani, bambini, disabili soprattutto, o minori considerati “a rischio”, quelli – per intenderci – tolti dalle strade, da un prevedibile destino di droga e criminalità, beh…il discorso cambia. Significa che quelle persone non ricevono la consueta assistenza, con i disagi che ne conseguono.

Questo è il futuro prevedibile, o meglio temibile, se smettono di lavorare. Un futuro quanto mai certo se cooperative e associazioni dovessero continuare ad anticipare i costi di gestione delle strutture, gli stipendi dei dipendenti, una liquidità che ormai si è esaurita. C’è chi ha addirittura contratto debiti con le banche e si ritrova strozzato a fare i conti con le famose cartelle di Equitalia. Il governo – prima con Berlusconi, poi con Monti – ha tagliato dell’80% il Fondo sociale nazionale del quale si richiede il ripristino. La Regione Campania, nel bilancio di previsione 2012, ha stanziato soltanto 27 dei 100 milioni di euro richiesti per garantire un livello minimo di sussistenza e il Comune di Napoli ha accumulato, in quasi quattro anni, la bellezza di 75 milioni di euro di debito, mettendo a rischio licenziamento circa 7 mila operatori sociali. Ecco perché la manifestazione, svolta nella giornata, ha toccato i luoghi simbolo di Piazza Municipio e via Santa Lucia, con una breve sosta in Piazza Plebiscito per depositare, negli uffici della Prefettura, la richiesta ufficiale del tanto agognato tavolo interistituzionale Comune-Regione.

Napoli, come sempre pioniera quando si tratta di dimostrazioni rivoluzionarie, è stata la prima città a sperimentare questa forma di protesta, che per ora si è limitata al livello regionale. L’intento sarà fornire l’esperienza agli operatori delle altre città in contatto, che si trovano nella stessa situazione – Torino, Bologna, Monza e tutta l’area milanese – per organizzare semmai una mobilitazione di livello nazionale a Roma. Dimostrare ancora una volta come si vivrebbe se l’eccezione diventasse la regola e i servizi sociali non fossero più garantiti, neanche i minimi. Rivendicazioni che vanno oltre quelle tipiche sindacali, comunque legittime, rasentano la dignità della professione stessa e delle persone, difficilmente riconosciuta eppure così importante, di così elevato impatto emotivo. Di chi li riceve certo, ma soprattutto di chi li offre, di quei lavoratori che si confrontano ogni giorno con le più crude realtà da gestire come fossero acqua calda, la perfetta normalità.

Diciamocelo: a doversi concentrare su problemi secondari (purtroppo, primari ormai..), come trovare i soldi per pagare la bolletta dell’Enel o l’affitto, o per acquistare i pennarelli e cartelloni delle varie attività, credo sia frustrante. Onestamente, penso che a fare un lavoro del genere ci vogliano “sfere quadrate” nel basso ventre, passione e soprattutto un forte senso di responsabilità. Trovarsi la busta paga a fine mese mi sembra il minimo. Se non altro una consolazione, l’opportunità di condurre una vita dignitosa al di fuori del contesto lavorativo. Se persino queste richieste risultano ardue, cos’altro resta?

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